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Provincia Autonoma di Trento - Agenzia provinciale per le risorse idriche e l'energia

 
 
 

Energia fuori controllo


Uno degli eventi più catrastofici e dolorosi che ha colpito il Trentino nel secolo scorso è rappresentato senz'altro dalla grande alluvione del novembre 1966.
A 30 anni dall'evento, l'ing. Giuliano Castelli, già Dirigente generale del Dipartimento al territorio, ambiente e foreste,  raccoglieva in un opuscolo la relazione tenuta dall'ing. Federico Menna, Ingegnere capo del Genio civile di Trento, al convegno organizzato in Trento dalla Provincia Autonoma.

Depliant Convegno

La relazione viene qui riproposta nel racconto di un protagonista e con le immagini di quei giorni; per memoria storica dei fatti accaduti, dei lutti e della desolazione che hanno colpito il popolo trentino quando una risorsa come quella dell'acqua, fuori controllo, si trasforma da fonte di sviluppo in generatrice di desolazione e di distruzione.

IL TESTO DELLA RELAZIONE dell'ing. FEDERICO MENNA

Sono grato ai promotori di questo convegno per avermi invitato a tenere qui oggi in Trento una relazione che descriva l'evento alluvionale del novembre 1966, ed, altresì, lusingato poichè non ritenevo di avere ormai più posto nella loro memoria considerato il lungo tempo trascorso da tale avvenimento.
Come è noto la piena del novembre 1966, per concorde parere di tecnici e di scienziati, è ritenuta tra le più imponenti di quelle che nei secoli hanno interessato i bacini idrografici dei corsi d'acqua nord-orientali, alpini e prealpini, della penisola.
Per quanto riguarda i bacini idrografici dell'Adige e del Brenta, l'evento alluvionale del novembre 1966, sotto gli aspetti meteorologico, pluviometrico, idrometrico ed idrogeofisico in generale, superò, in molteplici casi, perfino i corrispondenti valori della famosa piena del 1882 anche se, ovviamente, il relativo confronto lascia larghi margini di incertezza, sia per la diversa evoluzione delle due onde di piena, che per l'avvenuto mutamento, tra le due epoche, delle situazioni morfologiche, di forestazione e di "status" in genere dei bacini contribuenti dei due fiumi per fatti naturali e per l'intervento dell'uomo.
Devo dire che, al fine di districarmi tra i vari e complessi aspetti del tema, ma anche per la brevità del tempo a disposizione, ho suddiviso la relazione in brevi capitoli in calce ai quali nel testo definitivo riporterò alcune necessarie integrazioni.

(omissis)

Il fenomeno fisico.

L'evento di piena in argomento ebbe un decorso brevissimo e violento. Già a partire dalle prime ore del giorno 4 novembre rivi e torrenti dell'alto bacino idrografico, sia dell'Adige che del Brenta, si gonfiarono paurosamente (1).
L'acqua scavò solchi profondi lungo le pendici, travolse opere di difesa e ponti, esondò sulle sponde più basse, superò ogni ostacolo con un crescendo impressionante.
Dilavate da imponenti masse d'acqua le pendici, in particolare quelle costituite da depositi morenici o alluvionali, da coltri detritiche o di sfasciume di rocce argillose (filladi, biancone ecc.) (2) smottarono, franarono, ostruirono alvei, sentieri e strade, crearono imponenti accumuli di frana, subito dopo spazzati via dalle successive onde di piena.
Fu un crescendo impressionante e pauroso, incontrollato e incontrollabile che provocò lutti e rovine.
In numerosi casi, seguirono disastrosi fenomeni di deposito che causarono alluvionamenti di dimensioni imprevedibili e notevoli mutamenti morfologici degli alvei come, tanto per citarne alcuni, quelli del Rio Predisella, affluente di sinistra dell'Avisio, dei torrenti Val Noana, affluente di destra del Cismon, del Chieppena, affluente di sinistra del Brenta, e del Brenta stesso, in corrispondenza delle confluenze.
Nel primo pomeriggio del giorno 4 novembre la piena si estese anche agli affluenti maggiori ed ai fiumi principali con gli effetti disastrosi di cui oggi ci occupiamo. (3)

Meteorologia e pluviometria

Sotto l'aspetto meteorologico e pluviometrico l'evento alluvionale del novembre 1966, ebbe inizio nelle ore antimeridiane del giorno 3 novembre, assumendo le precipitazioni atmosferiche, a partire dalle ore 11-12 di tale giorno, generale intensità e persistenza. Ciò accadde specialmente nei bacini dei torrenti Avisio e Cismon che furono investiti, in più riprese, da veri e propri nubifragi di inusitata violenza.
Tale notevole afflusso andò ad aggravare una generale condizione di scarsa ricettività delle falde sotterranee, dovute alle abbondanti piogge che nei mesi precedenti, specialmente in ottobre, avevano raggiunto, in intensità e durata, valori elevatissimi. (4)
Fu inoltre concausa di grande rilievo nell'evento il rapido scioglimento, nelle ore antimeridiane del 4 novembre, del manto nevoso che, fra le quote 1000 e 2500 aveva raggiunto, già allora, un consistente spessore.
Non vi è dubbio che i testè citati fenomeni ebbero un ruolo non secondario nel disastroso esito complessivo dell'evento di piena, talché gli afflussi nei corsi d'acqua recipienti furono fortemente ed improvvisamente incrementati.

Idrometria e deflussi

Circa i livelli idrometrici ed i deflussi, è da rilevare che alle ore 6 antimeridiane del giorno 4 novembre il livello dell'Adige all'idrometro regolatore del ponte di San Lorenzo in Trento era di circa 2 metri sopra la quota dello zero idrometrico di tale misuratore e, tenuto conto dei modesti incrementi orari, nulla lasciava presagire che nel giro di poche ore il fiume sarebbe stato interessato da una delle più imponenti e disastrose piene di questo secolo.
La cosiddetta quota di 1° presidio (5), pari a m 2,50, fu raggiunta, infatti, solo alle ore 12 di quel giorno con un incremento medio orario di cm 8.
Poi da quel momento l'aumento dei livelli divenne anomalo e impressionante.
L'incremento medio orario, importante indicatore in una sezione dei fenomeni di piena, fu infatti di 58 cm fino alle ore 18 e di 34,5 cm tra le ore 18 e 23 con punte orarie in tali intervalli notevolissime di cui una eccezionale di m 1,21 tra le ore 13 e le ore 14 pari ad un aumento di portata del fiume di 500 mc/sec. in una sola ora.
Il livello al colmo della piena, pari a m 6,30, fu raggiunto alle ore 23 del 4 novembre. Esso superò di 24 cm quello della piena del settembre 1965 e di 19 cm quello massimo storico della famosa piena del 1882.
I valori massimi delle portate reali defluite quel giorno nelle stazioni più significative del fiume principale e dei suoi affluenti maggiori secondo i dati ufficiali dell'Ufficio Idrografico del Magistrato alle Acque furono: Adige a Ponte Adige mc/sec. 400; torrente Isarco a Cardano mc/sec. 980; Adige a Bronzolo mc/sec. 1380; fiume Noce al ponte della Rupe mc/sec. 570; torrente Avisio a Lavis mc/sec. 1050; Trento al ponte S. Lorenzo mc/sec. 2320; torrente Fersina al ponte Cavalleggeri mc/sec. 350; torrente Leno alla confluenza mc/sec. 300; Adige all'idrometro di S. Gaetano in Verona mc/sec. 2320 alle ore 15.00 del 5 novembre. (6)
Come meglio preciserò più avanti la portata massima defluita a Trento fu influenzata, oltre che dalle tracimazioni e dalla rotta di Roncafort, anche dal mancato contributo del bacino del fume Noce sotteso allo sbarramento di S. Giustina (km² 1050 su una superficie totale del bacino di km² 1325).
Quella massima defluita a Verona fu influenzata, oltre che dalle rotte e dalle tracimazioni verificatesi nel territorio trentino, anche dalla diversione in Garda, attraverso lo scolmatore Adige - Garda, di una parte delle portate in transito a Mori.
Per quanto riguarda il Brenta il livello idrometrico massimo e la portata al colmo, raggiunti a Bassano il 4 novembre, furono, rispettivamente, di m 5,60 (massima precedente m 4,75 nel settembre 1882) e di 2800 mc/sec.

Gli avvenimenti più significativi

Inquadrato il fenomeno alluvionale sotto l'aspetto fisico e prima di affrontare la descrizione degli eventi più significativi dell'evento alluvionale, ricordo che il regolamento 2669/1937 sulla tutela delle opere idrauliche di 1° e 2° categoria attribuisce agli articoli 33 e 51, esclusivamente ai funzionari del Genio Civile ed ai loro dipendenti, di regolare il servizio di piena, impartire ordini e prendere provvedimenti nei casi di pericolo e di rotta stabilendo, tra l'altro, che nessun funzionario civile o militare può sovrapporsi a quello del Genio Civile per quanto riguarda la esecuzione di tali adempimenti.
Come si possa attribuire ad un limitato numero di persone, ed in particolare all'Ingegnere Capo dell'Ufficio del Genio Civile, tanta responsabilità lascio a Voi giudicare. Sta di fatto che durante la piena di cui trattiamo avevo un potere pressocchè illimitato e, vi assicuro che ne sentivo tutto il peso e la responsabilità.
Naturalmente i veri e più gravi problemi che avevo da affrontare erano: l'organizzazione e direzione del servizio di piena; l'eventuale regolazione degli scarichi della galleria Adige - Garda e degli impianti idroelettrici.
Ecco come andò.

La laminazione della piena

Il collegamento tra l'Ufficio del Genio Civile e lo sbarramento di Stramentizzo sul torrente Avisio fu attivato già alle ore 9 del 4 novembre quando i livelli dell'Adige a Trento, nonchè quelli degli altri grandi affluenti del fiume, ivi compreso lo stesso Avisio, non denunziavano ancora incrementi idrometrici pericolosi.
In quel momento il livello del serbatoio di Stramentizzo aveva ancora un franco di 3 metri sulla quota di massimo invaso (m 788); la portata in arrivo era di 270 mc/sec. e la capacità di invaso, ancora possibile, di 1.800.000 mc.
A partire dalle ore 10 le portate in arrivo al serbatoio cominciarono ad aumentare in un crescendo impressionante tanto che alle ore 12,15, nonostante la completa apertura degli organi di scarico, il livello del serbatoio raggiunse la quota del ciglio sfiorante della diga (m 788) con portate in equilibrio, tra ingresso ed uscita, d 560 mc/sec.
Alle ore 13,40 lo sbarramento entrò in tracimazione attraverso le luci di sfioro con portate in ingresso in continuo ed ormai incontrollabile aumento.
Alle 20,15 la portata raggiunse i 1050 mc/sec. e con tale valore, incrementato dagli afflussi del bacino residuo del torrente (km² 226 su un totale di km² 955), essa conflui in Adige tra le ore 22 e le 23 contribuendo in maniera determinante alla rotta dell'argine sinistro del fiume in località Roncafort.
Per quanto riguarda il serbatoio di S. Giustina sul fiume Noce il collegamento telefonico, in ponte radio, ebbe inizio alle ore 10,15 del giorno 4 novembre.
In quel momento il livello del serbatoio aveva un franco di 2 metri sulla quota di massimo invaso (m 530); la portata in arrivo era di 130 mc/sec. e la capacità ancora disponibile di 8 milioni di mc circa.
Poi la portata andò man mano aumentando, raggiungendo 208 mc/sec alle ore 14; 270 mc/sec alle ore 16,20, e 360 mc/sec alle ore 18,30, quando cioè il livello del serbatoio era prossimo alla quota di 530 di massimo invaso.
Fu a questo punto che, in relazione alla preoccupante evoluzione della piena dell'Adige, (fatta salva la portata di 33 mc/sec turbinata nella centrale di Taio) vietai qualsiasi manovra di scarico dal serbatoio fino a quando il suo livello non avesse raggiunto la quota 531, superiore di un metro a quella di massimo invaso.
A tanta distanza dall'evento alluvionale, credo mi sia possibile oggi rivelare che l'ordine di contenere le portate in arrivo nel serbatoio fino alla quota 531, fu accettato dal vice capo della centrale idroelettrica di Taio, solo dopo un drammatico colloquio ed il mio personale impegno di confermargli l'ordine stesso tramite la rete telefonica pubblica; cosa che feci mediante apposito fonogramma alle ore 20,10 del 4 novembre.
L'effetto della manovra di laminazione ebbe successo. La quota 531 fu raggiunta, infatti, alle ore 5 del 5 novembre ed, in tal modo, fu possibile trattenere nel serbatoio, nel periodo più critico della piena, circa 12 milioni di mc d'acqua di cui 4 oltre la quota di massimo invaso prevista dal disciplinare di concessione dell'impianto.
Tenuto conto del tempo di corrivazione che, mediamente, impiegano i deflussi in uscita dal serbatoio per confluire in Adige, tale trattenuta impedì che un'ulteriore portata di oltre 300 mc/sec si aggiungesse a quella degli altri affluenti del fiume tra le ore 21 e le ore 24 del 4 novembre nel momento di maggiore intensità dell'evento alluvionale allorquando l'onda di piena raggiunse il colmo a Trento e le tracimazioni si trasformarono in rotte a monte ed a valle della città.
Credo infine che sia giusto porre in evidenza in questa sede, che la manovra di laminazione, testè descritta, fu fatta in via eccezionale perchè eccezionale, e forse irripetibile, fu la situazione che la rese necessaria e possibile, ricordando, perchè serva da monito, che in uno sbarramento fluviale il cammino fra il livello di massimo invaso e quello di massima piena è un cammino pericoloso e chi lo affronta deve essere ben sicuro che possa essere percorso.

Gli scarichi della galleria Adige-Garda

Durante la fase di maggior intensità dell'evento alluvionale l'Ufficio del Genio Civile di Trento effettuò, attraverso lo scolmatore Adige-Garda, meglio conosciuto con la denominazione di "Galleria Adige-Garda", la diversione nel lago di Garda di parte delle portate di piena in transito a Mori.
L'apertura della galleria, avvenne alle ore 16,15 del giorno 4 novembre e la chiusura alle ore 14,30 del giorno successivo.
Le portate scaricate nel lago variarono da un minimo di 50 mc/sec, nella fase iniziale dell'apertura, ad un massimo di 500 mc/sec raggiunto alle ore 2 del 5 novembre.
L'utilizzazione della "Galleria Adige-Garda" fu determinante ai fini del contenimento della piena del tratto arginato di pianura del fiume. (7)
Complessivamente fu scaricato nel lago un volume d'acqua di 64 milioni di mc con un aumento del livello del lago di 33 cm di cui solo 17,5 quale l'apporto delle acque di piena dell'Adige.
Durante lo scarico la quota dello specchio d'acqua si elevò da m 0,97 a m 1,30 sullo zero idrometrico di Peschiera (m 64,03), mentre in caso di emergenza essa può raggiungere m 1,40 senza alcun pericolo di allagamento per gli abitati rivieraschi.

L'alluvione a Trento ed il servizio di piena

Per quanto riguarda la successione cronologica di taluni tra i più significativi episodi connessi all'evento alluvionale, ricordo, ancora una volta, che alle ore 6 del giorno 4 novembre il livello del fiume, al ponte S. Lorenzo in Trento, era di due metri circa e che molto bassi erano gli incrementi idrometrici orari.
Purtuttavia, perdurando le precipitazioni atmosferiche, ed essendo notevole la loro intensità, a partire dalle ore 9 di tale giorno, peraltro festivo, l'Ufficio del Genio Civile di Trento istituì i rituali collegamenti telefonici col Magistrato alle Acque, col Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche, con gli altri uffici del Genio Civile aventi giurisdizione per l'Adige, con la direzione della galleria Adige-Garda e con gli sbarramenti degli impianti di Stramentizzo sul torrente Avisio, di S. Giustina sul fiume Noce, di Forte Buso sul torrente Travignolo e di Speccheri e Toldo sul torrente Leno regolandone, come abbiamo visto, gli scarichi.
Alle ore 13 il personale del Genio Civile (peraltro consegnato nelle proprie abitazioni fin dalle prime ore del mattino), fu convocato nella sede dell'Ufficio da dove, secondo un piano preordinato, proseguì per gli appostamenti lungo i tronchi di guardia del fiume dove confluivano, contemporaneamente, anche i Vigili del fuoco volontari.
Alle ore 14, con il livello dell'Adige a metri 3,76, dichiarai formalmente aperto il "servizio di piena" dandone notizia al Commissario del Governo ed agli Uffici pubblici, prima citati, mediante fonogrammi.
Da quel momento il ritmo delle comunicazioni, delle segnalazioni di pericolo e degli avvenimenti in genere connessi con la piena, divenne frenetico.
Alle ore 16,15 disposi l'apertura dello scolmatore Adige-Garda di cui coordinai le manovre.
Alle ore 17 il livello dell'Adige raggiunse la quota di metri 5,58, inferiore di soli 13 cm al livello al colmo della famosa piena del 1882 e di soli 7 cm a quello della precedente e disastrosa piena del settembre 1965.
Della grave situazione che si andava delineando, tenni informato costantemente il Commissario del Governo al quale indicai in Zambana, Lavis, Gardolo, Vela ed Aldeno gli abitati maggiormente minacciati dalle eventuali esondazioni del fiume.
Pressappoco alla stessa ora, richiesi al Colonnello comandante del Presidio militare di Trento, la dislocazione presso gli argini delle citate località di un congruo numero di militari con automezzi e attrezzature, e l'invio presso la sede dell'Ufficio di un ufficiale di collegamento, il che avvenne con grande tempestività.
Alle ore 17.10, mediante fonogramma richiesi al Comando dei Carabinieri di Trento di avvertire i propri comandi locali e quelli dei Vigili del Fuoco perchè disponessero, con urgenza, un servizio di vigilanza lungo gli argini ricadenti nei territori dei Comuni di Mezzocorona, Mezzolombardo, Roverè della Luna, San Michele, Zambana, Nave San Rocco, Lavis, Gardolo, Trento, Mattarello, Aldeno, Nomi e Calliano.
Alle ore 18, come già detto, in collegamento in ponte radio con la direzione dell'impianto idroelettrico di S. Giustina, vietai qualsiasi manovra di scarico del serbatoio finché il suo livello non avesse raggiunto la quota 531 superiore di un metro alla quota di massimo invaso stabilita dal disciplinare di concessione.
Pressocchè contemporaneamente d'intesa, rispettivamente, col Comune di Trento e con la Direzione compartimentale delle FF.SS., furono chiusi al transito i ponti S. Giorgio e dei "Cavalleggeri" e le stazioni ed i tronchi ferroviari maggiormente minacciati dalla piena.
Alle ore 18,15 l'onda di piena, peraltro rigurgitata dall'impatto contro il ponte S.Giorgio, entrò in tracimazione sull'argine sinistro del fiume tra la località Camping e l'impianto di pompaggio della fognatura del rione nord di Trento, travolse la passerella di Ravina ed esondò in via Sanseverino e nelle adiacenti caserme. Nel contempo entrò in tracimazione anche l'argine destro tra i ponti di Ravina e di Mattarello.
Tra le ore 18 e le ore 22 le tracimazioni interessarono tutto l'argine sinistro dell'Adige dal Ponte S. Giorgio a Roncafort dove confluivano, con elevato impeto, le acque di piena del torrente Avisio.
Alle ore 23 circa le tracimazioni si trasformarono in rotta a Roncafort e, pressochè contemporaneamente, a Man, Mattarello, Valsorda, Aldeno, Acquaviva, Port di Nomi e Chiusole.
Tra le ore 23 del giorno 4 novembre e le prime ore del giorno 5 la città di Trento fu colta dall'inondazione; l'acqua iniziò a scendere verso il centro abitato attraverso via Maccani e Cristo Re riconquistando il proprio corso secolare, lambì la "torre Verde", inondò Piazza Dante e la zona ferroviaria, passò per via del Suffragio, prese la direzione per via Roma e per la "Torre Vanga", invase il centro storico.
Nel frattempo, a partire dalla stessa ora 23, il livello dell'Adige cominciò a decrescere per l'effetto concomitante della rotta di Roncafort e della riduzione delle portate dei grandi alimentatori del fiume.
L'alba del giorno 5 novembre sopravvenne in un silenzio irreale; poi la città improvvisamente si scosse, i soccorsi alla popolazione si intensificarono; iniziarono i lavori di rafforzamento delle arginature danneggiate; si lavorò con accanimento per chiudere la rotta di Roncafort e per disostruire le luci dei viadotti, autostradale e ferroviario, in località Vodi alla foce del torrente Avisio.
A partire dalle ore 16 circa l'acqua di inondazione cominciò a defluire nell'Adige attraverso l'Adigetto, ormai non più rigurgitato; nella notte del giorno 6 la rotta di Roncafort venne interclusa; la popolazione si riappropriò della città, senza proteste, senza recriminazione alcuna.

Dott. Ing. Federico Menna

Note:
(1) La piena dei corsi d'acqua minori dei bacini idrografici dell'Adige e del Brenta fu particolarmente veemente nelle vallate che delimitano il grande plesso montuoso del Lagorai e della Cima d'Asta: la valle del Primiero, la valle del Vanoi, la media valle dell'Avisio, la bassa Valsugana.
(2) Le filladi rappresentano le formazioni più temibili dal punto di vista della franosità; esse sono ampiamente diffuse nel territorio trentino particolarmente nel bacino del Brenta (versante sinistro della Valsugana) e nei sottobacini del Vanoi e del Cismon.
(3) I depositi si ebbero nelle zone ove esisteva un'improvvisa diminuzione di pendenza dell'alveo, e quindi, soprattutto, alla confluenza tra corsi d'acqua secondari e principali.
In molti casi gli alluvionamenti più disastrosi furono provocati dagli sbarramenti degli alvei causati dal franamento delle sponde costituite da terreni ad alta erodibilità e dalle successive onde di piena provocate dallo sfondamento degli accumuli di frana.
A questi fenomeni particolari fu dovuta la rapidità sorprendente con cui avvennero i depositi e la eccezionale granulometria dei materiali trasportati.
In particolare furono imponenti gli alluvionamenti che si verificarono su una estensione di parecchie decine di ettari, nella zona di confluenza del torrente Chieppena col fiume Brenta. Eccezionale fu in questo caso la composizione delle alluvioni, costituite in buona parte da grossi massi, taluni del volume di decine di metri cubi.
(4) Le precipitazioni complessivamente cadute nel mese di ottobre 1966 raggiunsero in tutto il territorio nazionale una altezza media di mm. 214 pari al 188% di quella media normale. Se si considerano le principali ripartizioni geografiche si hanno i seguenti dati: Italia settentrionale mm. 294,3 (pari al 277% del valore medio normale); Italia centrale mm. 189,2 (pari al 152%); Italia meridionale mm. 160,1 (pari al 158%).
Per quanto riguarda le precipitazioni meteoriche che alimentarono la piena del fiume Adige nei giorni dal 3 al 6 novembre 1966, si hanno i seguenti valori massimi: 1) bacino da Resia a Bolzano: mm 221,4 nella stazione di S. Pancrazio; 2) bacino del fume Isarco: mm 235,5 nella stazione di Selva dei Molini; 3) bacino del fiume Noce: mm 241,9 nella stazione di Denno; 4) bacino del torrente Avisio: mm 332,9 nella stazione di Paneveggio; 5) bacino residuo da Bolzano a Verona: mm 229,6 nella stazione di Folgaria.
Per il fiume Brenta e per lo stesso periodo dal 3 al 6 noembre i valori massimi furono: stazione di S. Martino di Castrozza mm 235,4; stazione di Borgo Valsugana mm 235,4; stazione di Cismon del Grappa mm 468,7.
(5) Il servizio di piena è disciplinato dal Regolamento 9 dicembre 1937 numero 2669.
Nel circondario idraulico di Trento, esso inizia per quanto concerne le opere idrauliche classificate nella seconda categoria, col cosiddetto 1° presidio fissato a quota m 2,50 all'idrometro regolatore di S. Lorenzo in Trento; prosegue col secondo a m. 3,30 e col terzo a m 4,00. Ogni presidio prevede alcuni adempimenti tra cui la dislocazione sugli appostamenti del personale di vigilanza e guardia.
(6) Circa i valori della portata massima raggiunta dal torrente Avisio alla confluenza con l'Adige vi fu divergenza tra l'Ufficio del Genio Civile, che indicò tale portata in 1200 mc/sec., e l'Ufficio idrografico del Magistrato alle Acque che la calcolò in 1050 mc/sec. Nella propria relazione il sottogruppo di lavoro per lo studio della sistemazione idrogeologica del bacino dell'Adige della "Commissione interministeriale per lo studio della sistemazione idraulica e della difesa del suolo" indicò tale portata in 1100 - 1200 mc/sec.
Di conseguenza vi fu divergenza anche per il valore della portata massima all'idrometro regolatore di S. Lorenzo in Trento calcolata in 2320 mc/sec. dal citato Ufficio idrografico ed in 2500 dall'Ufficio del Genio Civile di Trento.
(7) Da un pregevole studio dell'Ing. Giuseppe Zanella sulla piena dell'Adige del novembe 1966 a Verona, risulta che senza la diversione in Garda di parte delle portate di piena in transito a Mori, il livello del fiume all'idrometro di S. Gaetano in Verona sarebbe stato superiore a quello effettivamente registrato di circa 1,20 metri ed avrebbe superato in molti punti le difese arginali, non solo in tale città, ma anche, assai probabilmente, nella sottostante pianura.

Di seguito, le diapositive che riguardano, in particolare, le distruzioni provocate dall'alluvione nel novembre 1966

 
 
 
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